Per fare una scultura ci vuole talento. Lo sento da sempre e me ne convinco ancor di più dopo aver parlato con Vincenzo Idà: il ragazzo fortunato di Soriano Calabro.

«Sono fortunato. Infatti, in questa terra dove risulta difficile trovare sbocchi occupazionali, dove si rischia di restare senza fiato e speranza, io ho trovato un tesoro. Ed è il mio lavoro: l’ho creato, coltivato e continuo a farlo. Questa è la mia fortuna: essere uno scultore nella mia Calabria».

Per fare una scultura ci vuole talento

Rincuorano le parole di Vincenzo Idà, artista di Soriano Calabro (Vibo Valentia), e scaldano più di tanti trucioli di legno messi insieme ad ardere. Molto, molto di più. Mostrano la determinazione di un uomo che ha saputo mettersi in gioco, ascoltare quella voce interiore che, più volte, gli diceva di dare libera espressione alla sua vena artistica. Pulsava, si faceva sentire, scalciava, ma Vincenzo non riusciva sempre a decifrarla. Poi, all’improvviso, ha messo da parte ogni ritrosia e seguito l’istinto: ora è tra gli scultori calabresi più noti.

Quindi, per fare una scultura ci vuole talento. Parola di Vincenzo Idà, ragazzo fortunato di Soriano Calabro.

Nella chiesa dove è custodita l’Ultima cena di Leonardo

Vincenzo Idà esporta le sue opere negli Stati Uniti, in Australia, in Francia e copre tutta la Calabria con mostre che, infatti, sanno di tradizione e di un lavoro certosino sul legno. Con corpi che esultano la bellezza dell’armonia e del movimento.

Bassorilievi e figure a tutto tondo creano, pertanto, la sua personale collezione, con opere realizzate per premi culturali e che impreziosiscono tanti edifici di culto.

Una di queste raffigura la Madonna che porge lo scapolare a San Domenico e la si può ammirare nella chiesa “Santa Maria delle Grazie” a Milano, dove è anche custodita “L’ultima cena” di Leonardo. Sembra un sogno, vero? Ma il bello deve ancora arrivare.

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Vincenzo Idà, L’ultima cena (privato)

Nasco autodidatta

Sì, perché Vincenzo ha iniziato, infatti, da autodidatta. Per anni ha lavorato con il padre. Un mestiere che nulla, però, aveva a che fare con l’arte, con la scultura, anche se tesseva il legame con le persone, con i volti, con le espressioni. Le stesse che, più tardi, sono state plasmate dalle sue mani sul legno ruvido.

Da ragazzo ha seguito l’Istituto d’arte per soli tre mesi, per poi prendersi il diploma magistrale «ma c’era quella vena artistica che non capivo», ricorda Vincenzo, bravo anche a dipingere. Finito il lavoro giornaliero con il padre, spesso, quindi, trascorreva il tempo libero da un amico alle prese con scalpelli, arnesi e legno. Qualche chiacchiera e la vita di sempre. Per anni.

All’improvviso, la svolta

Poi all’improvviso la svolta: «Un pomeriggio ero seduto davanti a un bar del mio paese. Si è avvicinato un bambino con della plastilina. Mi chiese di modellargli qualcosa. Ho preso quella pasta, l’ho plasmata fino a crearne un volto. Però non mi piaceva, non era come lo volevo. L’ho distrutto subito dopo. Quel bimbo non capiva cosa stessi facendo: si è anche messo a piangere! Io sì, finalmente avevo capito. Ho ripreso la plastilina; l’ho rimodellata di nuovo e fatto il volto che volevo io. Quel piccolino mi guardava e ha iniziato a sorridere».

Dosa le parole Vincenzo: lo conosco da un po’ di tempo ed è sempre lo stesso uomo umile e gentile. Guarda al passato come se accarezzasse quei giorni di esperimenti con l’argilla, che iniziò a comprare per misurarsi con se stesso. Per un anno e mezzo ha modellato con la creta volti, corpi e quanto gli suggeriva quella sua vena artistica con la quale cominciò a dialogare.

L’amicizia con padre Giordano Procopio

«Eppure non mi bastava perché il desiderio era di lavorare il legno. Così ho deciso di mettermi alla prova, comprando il materiale. Mi facevo prestare gli arnesi da un amico. Disegnavo e poi scavavo in bassorilievo». Non sapeva, Vincenzo, che quella stanza sopra casa sua sarebbe diventata, ben presto, il suo laboratorio.

Merito anche di padre Giordano Procopio, un domenicano che a Soriano Calabro, da sempre, sprona i giovani a cavalcar i propri sogni, senza arrendersi.

«Parlavo e parlo spesso con lui. È il mio padre spirituale. Un giorno ci siamo ritrovati al convento di San Domenico. Gli ho confidato dei miei esperimenti con la scultura. Poco dopo gli portai un volto raffigurante il nostro santo».

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Idà, San Domenico, Castiglione del Lago (Pg)

Mai immaginava Vincenzo che padre Giordano gli avrebbe spalancato la sua strada: quando vide quella scultura, gli fece una proposta proprio per far in modo che potesse continuare a sentire quelle mani che scolpiscono il legno, quel fuoco ardere dentro. «Ti compro io gli scalpelli. Tu continua a scolpire. E quando mi servirà qualcosa la ripagherai con il tuo lavoro», gli disse circa dieci anni fa.

Il patto

Riannoda i fili, Vincenzo. Ho paura a interromperlo. «Potevo acquistare da me gli arnesi, ma facemmo questo patto. Comprai tronchi d’ulivo e lavorai intensamente sul volto di un Cristo. Poi altre opere. E arrivò il momento di ripagare la promessa fatta a padre Giordano, con una scultura che fu poi donata a un gruppo di turisti umbri venuti a Soriano Calabro per il culto di San Domenico». Tanto lo stupore per quella scultura.

A te non costa nulla. Per me è una fonte di soddisfazione enorme.

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Idà, Il peso della cultura, privato

Da allora gli esperimenti sono diventati opere d’arte, pezzi unici che richiedono tanto lavoro, passione, e collegano la Calabria, l’Italia, fino all’estero. Per lo più sono bassorilievi e figure a tutto tondo che riguardano soprattutto la sfera religiosa (ma non  solo), con misure variabili, dalle piccole sculture a quelle grandi, come “L’ultima cena” consegnata di recente a un privato. Come spesso avviene fondamentale è il passaparola che gli ha fatto spalancare le porte: ora è tra gli scultori più conosciuti in Calabria. Un bel traguardo per un autodidatta che sognava di diventare un artista! Vincenzo scolpisce: nel suo laboratorio a Soriano Calabro si radunano spesso gli amici. Ha sempre un sorriso, che illumina in mezzo a quei trucioli e a quel profumo di legno che ormai è diventato la sua seconda pelle.

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